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La fede nella Bibbia

ANNO DELLA FEDE > La fede nelle Scritture


FEDE


Dal Dizionario di Teologia biblica
di Xavier Leon-Dufour




Per la Bibbia la fede è la sorgente e il centro di tutta la vita religiosa. Al disegno, che Dio realizza nel tempo, l'uomo deve rispondere mediante la fede. Sulle orme di Abramo, «padre di tutti coloro che credono» (Rom 4, 11), i personaggi esemplari del VT sono vissuti e sono morti nella fede (Ebr 11) che Gesù «porta a perfezione» (Ebr 12, 2). I discepoli di Cristo sono «coloro Che hanno creduto» (Atti 2, 44) e «che credono» (1 Tess 1, 7).
La varietà del vocabolario ebraico della fede riflette la Complessità dell'atteggiamento spirituale del credente. Tuttavia due radici sono dominanti:
'aman evoca la fermezza e la certezza; batah, la sicurezza e la fiducia. Il vocabolario greco è ancora più vario. Di fatto la religione greca praticamente non concedeva posto alla fede; quindi i LXX, non disponendo di parole appropriate per rendere l'ebraico, sono andati a tastoni. Alla radice batah, corrispondono soprattutto: elpìs, elpìzo, pèpoitba (Volg.: spes, sperare, confido); alla radice 'aman: pìstis, pistèuo, alètheia (Volg.: fedes, credere, veritas). Nel NT le ultime parole greche, relative al campo della conoscenza, diventano nettamente predominanti.
Lo studio del vocabolario rivela già che la fede, secondo la Bibbia, ha due poli: la fiducia che si pone in una persona «fedele» ed impegna tutto l'uomo; e dall'altra parte, un passo dell'intelligenza, cui una parola o dei segni permettono di accedere a realtà che non si vedono (Ebr 11, 1).

Abramo, padre dei credenti. - Jahve chiama Abramo, il cui padre «serviva altri dèi» in Caldea (Gios 24, 2; cfr. Giudit 5, 6 ss), e gli promette una terra ed una numerosa discendenza (Gen 12, 1 s). Contro ogni verosimiglianza (Rom 4,19), Abramo «crede in Dio» (Gen 15, 6) e nella sua parola, obbedisce a questa vocazione ed impegna la sua esistenza su questa promessa. Nel giorno della prova la sua fede sarà Capace di sacrificare il figlio nel quale è già realizzata la promessa (Gen 22); per questa fede infatti la parola di Dio è ancor più vera dei suoi frutti: Dio è fedele (cfr. Ebr 11, 11) ed onnipotente (Rom 4, 21).
Abramo è ormai il tipo stesso del credente (Eccli 44,20); preannunzia coloro che scopriranno il vero Dio (Sal 47, 10; cfr. Gal 3, 8) od il Figlio suo (Gv 8, 31-41. 56), coloro che si rimetteranno, per la propria salvezza, a Dio solo ed alla sua parola (1 Mac 2,52-64; Ebr 11, 8-19). Un giorno la promessa si realizzerà nella risurrezione di Gesù, discendenza di Abramo (Gal 3,16; Rom 4,18-25). Abramo sarà allora il «padre di una moltitudine di popoli » (Rom 4, 17 s; Gen 17, 5): tutti Coloro che la fede unirà a Gesù.


ANTICO TESTAMENTO


I. LA FEDE, ESIGENZA DELL'ALLEANZA

Il Dio di Abramo visita in Egitto il suo popolo infelice (Es 3,16). Chiama Mosè, gli si rivela e gli promette «d'essere con lui» per condurre Israele nella sua terra. (Es 3, 1-15). «Come se vedesse l'invisibile», Mosè risponde a questa iniziativa divina con una fede che «rimarrà salda» (Ebr 11, 23-29) nonostante eventuali debolezze (Num 20, 1-12; Sal 106, 32 s).
Mediatore, egli comunica al popolo il disegno di Dio, mentre i suoi miracoli indicano l'origine della sua missione. Israele è Così chiamato a «credere in Dio e in Mosè, suo servo» (Es 14, 31; Ebr 11, 29) con un'assoluta fiducia (Num 14, 11; Es 19, 9).
L'alleanza consacra questo impegno di Dio nella storia di Israele. In Cambio, esige che Israele obbedisca alla parola di Dio (Es 19, 3-9). Ora, «ascoltare Jahve» significa anzitutto «credere in lui» (Deut 9, 23; Sal 106, 24 s); l'alleanza esige quindi la fede (cfr. Sal 78, 37). La vita e la morte di Israele dipenderanno ormai dalla sua libera fedeltà (Deut 30,15-20; 28; Ebr 11, 33) nel mantenere l'amen della fede (cfr. Deut 27, 9-26) che ha fatto di lui il popolo di Dio. Nonostante le innumerevoli infedeltà che costituiscono il tessuto della storia della traversata del deserto, della conquista della terra promessa e dello stanziamento in Canaan, questa epopea ha potuto essere così riassunta: «Per mezzo della fede caddero le mura di Gerico... e mi manca il tempo per parlare di Gedeone, Barac, Sansone, Jefte, David» (Ebr 11, 30 ss).
Secondo le promesse dell'alleanza (Deut 7,17-24; 31, 3-8), l'onnipotente fedeltà di Jahve si era sempre manifestata al servizio di Israele, quando Israele aveva avuto fede in essa. Quindi, proclamare queste meraviglie del passato e in particolare dell'esodo come le gesta del Dio invisibile, significava per Israele confessare una fede (Deut 26, 5-9; cfr. Sal 78; 105) Che si trasmetteva di generazione in generazione, in particolare in occasione delle grandi feste annuali (Es 12, 26; 13, 8; Deut 6, 20). Il popolo conservava così memoria dell'amore di Jahve suo Dio (Sal 136).


II.
I PROFETI E LA FEDE DI ISRAELE IN PERICOLO

Le difficoltà dell'esistenza di Israele sino alla sua rovina furono una dura tentazione per la sua fede. I profeti denunciarono l'idolatria (Os 2, 7-15; Ger 2, 5-13) che sopprimeva la fede in Jahve, il formalismo cultuale (Am 5, 21; Ger 7, 22 s) che ne limitava mortalmente le esigenze, la ricerca della salvezza con la forza delle armi (Os 1, 7; Is 31, 1 ss).
Isaia fu il più notevole di questi araldi della fede (Is 30,15). Egli richiama Achaz dal timore alla fiducia serena in Jahve (7,4-9; 8,5-8) che manterrà le sue promesse alla casa di David (2 Sam 7; Sal 89, 21-38).
Ispira ad Ezechia la fede che permetterà a Jahve di salvare Gerusalemme (2 Re 18-20). E nella fede scopre la sapienza paradossale di Dio (Is 19, 11-15; 29, 13 - 30, 6; cfr. 1 Cor 1, 1-5).
La fede di Israele fu minacciata specialmente in occasione della caduta di Gerusalemme e dell'esilio. «Miserabile e povero» (Is 41, 17), Israele correva rischio di attribuire la sua sorte all'impotenza di Jahve e di rivolgersi agli dèi di Babilonia vittoriosa. I profeti proclamano allora l'onnipotenza del Dio di Israele (Ger 32, 27; Ez 37, 14), creatore del mondo (Is 40,28 s; cfr. Gen 1), signore della storia (Is 41, 1-7; 44, 24 s), roccia del suo popolo (44, 8; 50, 10). Gli idoli non sono nulla (44, 9-20).
«Fuori di Jahve non c'è altro dio » (44, 6 ss; 43, 8-12; cfr. Sal 115,7-11); contro ogni apparenza egli merita sempre una fiducia totale (Is 40, 31; 49, 23).


III.
I PROFETI E LA FEDE DELL'ISRAELE FUTURO

1. La fede, realtà futura. -
Israele nel complesso non ascolta l'appello di Dio lanciato dai profeti (Ger 29,19). Per udirlo, si sarebbe dovuto ínnanzitutto credere ai profeti (Tob 14,4) come un tempo in Mosè (Es 14, 31). Ma Israele qui incontrava un duplice ostacolo. Prima di tutto l'esistenza dei falsi profeti (Ger 28, 15; 29, 31): come distinguerli dai profeti autentici (23, 9-32; Deut 13, 2-6; 18, 9-22)? Poi la stessa fede, a motivo delle sue prospettive paradossali e delle sue difficili esigenze pratiche.
Il Dio fedele non poteva mancare di realizzare le sue promesse. Ma, nel quadro dell'alleanza, questa realizzazione dipendeva dalla fede; e questa fede all'Israele storico mancava. Per i profeti, la fede divenne perciò una realtà futura che sarebbe stata concessa da Dio all'Israele della nuova alleanza. Un giorno, Dio rinnoverà i cuori (Ger 32, 39 s; Ez 36,26) che potranno così passare dall'indurimento (Is 6, 9 s) alla fede (Rom 10, 9 s; cfr. Gv 12,37-43); vi infonderà la conoscenza (Ger 31,33s) e l'obbedienza (Ez 36,27) la cui fonte è la fede.

2.
La fede, legame dell'Israele futuro. - I profeti, su esempio di Abramo e di Mosè, collocavano dal canto loro alla base della propria vita la fede in Jahve, nella propria vocazione e nella propria missione (cfr. Ebr 11, 33-40). Questa fede spesso era, improvvisamente, incrollabile (Is 6; 7, 17; 12, 2; 30, 18). Talvolta esitava a consolidarsi di fronte alla prova di una chiamata troppo esigente (Ger 1; cfr. Es 3, 10 ss; 4, 1-17) o di un'apparente assenza di Dio (1 Re 19; Ger 15, 10-21; 20, 7-18), prima di pervenire a una fermezza definitiva (Ger 26, 37-38).
Questa fede dei profeti comunque irraggiava in un gruppo più o meno nutrito di discepoli (cfr. Is 8, 16; Ger 45) e di ascoltatori. Appariva così sempre di più come un impegno e un atteggiamento personale che riunivano già il resto annunciato dai profeti. Questi vedono l'Israele futuro ad immagine di queste piccole comunità. Riunito nella fede nella misteriosa pietra di Sion (Is 28, 16; cfr. 1 Piet 2, 6 s), sarà un popolo di poveri che la fede in Dio avvicina (Mi 5, 6 s; Sof 3,12-18). Solo «il giusto vivrà, grazie alla sua fedeltà (LXX: alla sua fede)» (Ab 2, 4). 1 profeti intravvedono quindi non più una nazione salvata come tale, ma già una chiesa, una comunità di poveri il cui legame è la fede personale. Per questo popolo della fede, il servo di Jahve sarà una figura esemplare. Alle prese con una prova che si spinge fino alla morte (Is 50, 6; 53) «irrigidisce il volto» in una fede assoluta in Dio (Is 50,7 ss; cfr. Lc 9, 51) che l'avvenire giustificherà (53, 10 ss; cfr. Sal 22).

3.
La fede delle nazioni - La missione del servo si estende alle nazioni (ls 42, 4; 49, 6). Del resto, visto che l'Israele futuro sarà riunito innanzitutto dalla fede, potrà aprire le proprie file alle nazioni. Esse, così, nella fede scopriranno il Dio unico (43, 10), lo confesseranno come tale (45,14; 52,15; cfr. Rom 10,16; 56,1-8) e attenderanno la salvezza solo dal suo potere (51, 5 s).
Nei secoli seguenti l'esilio, l'Israele storico tende a configurarsi all'Israele futuro intravvisto dai profeti, senza tuttavia cessare di essere una nazione per diventare una vera «assemblea di credenti» (1 Mac 3,13).

4.
La fede dei sapienti, dei poveri e dei martiri. - Al pari dei profeti, i sapienti di Israele sapevano da tempo di non dover contare che su Jahve per essere «salvati» (Prov 20, 22). Quando ogni salvezza sparisce sul piano visibile, la sapienza esige una fiducia totale in Dio (Giob 19, 25 s), con una fede che «sa» che Dio rimane onnipotente (Giob 42,2). Qui i sapienti sono vicinissimi ai poveri che hanno cantato la loro fiducia nei salmi.
Tutto il salterio proclama la fede di Israele in Jahve, Dio unico (Sal 18,32; 115), creatore (8; 104) onnipotente (29), Signore fedele (89) e misericordioso (136) per il suo popolo (105), re universale del futuro (47; 96 - 99). Molti salmi esprimono la fiducia di Israele in Jahve (44; 74; 125). Ma le più alte testimonianze di fede sono preghiere in cui la fede di Israele si manifesta in una fiducia individuale di rara qualità.
Fede del giusto perseguitato in Dio, che presto o tardi lo salverà (7; 11; 27; 31; 62); fiducia del peccatore nella misericordia di Dio (40, 13-18; 5,1; 1,30); tranquilla sicurezza di Dio (4; 2,3; 12,1; 13,1), più forte della morte (1,6; 4,9; 7,3): tale e la preghiera dei poveri, riuniti dalla certezza che al di là di ogni prova (22) Dio riserva loro la buona novella (Is 61, 1; cfr. Lc 4, 18) ed il possesso della terra (Sal 37, 11; cfr. Mi 5, 4).
Per la prima volta senza dubbio nella sua storia (cfr. Dan 3), Israele, dopo l'esilio, è esposto ad una sanguinosa persecuzione religiosa (1 Mac 1, 62 ss; 2, 29-38; cfr. Ebr 11, 37 s). I martiri non muoiono soltanto malgrado la loro fede, ma a motivo di essa. Tuttavia la fede dei martiri, affrontando questa suprema assenza di Dio, non vien meno (1 Mac 1, 62); anzi, si approfondisce fino a sperare, dalla fedeltà di Dio, la risurrezione (2 Mac 7; Dan 12, 2 s) e l'immortalità (Sap 2,19s; 3,1-9). Così, affermandosi sempre più, la fede personale raduna a poco a poco il resto beneficiario delle promesse (Rom 11, 5).

5.
La fede dei pagani convertiti. - Alla stessa epoca, una corrente missionaria passa in Israele. Come già Naaman (2 Re 5), numerosi pagani credono nel Dio di Abramo (cfr. Sal 47, 10). Si scrive allora la storia dei Niniviti che la predicazione di un solo profeta - a vergogna di Israele - porta a «credere in Dio» (Giona 3, 4 s; cfr. Mt 12, 41); quella della conversione di Nabuchodonosor (Dan 3 - 4) o di Achior che «crede ed entra nella casa di Israele» (Giudit 14, 10; cfr. 5, 5-21): Dio lascia alle nazioni il tempo di «credere in lui» (Sap. 12, 2; cfr. Eccli 36, 4).

6.
Le imperfezioni della fede di Israele. - La persecuzione suscitò certo dei martiri, ma anche dei combattenti che rifiutavano di morire senza lottare (1 Mac 2, 39 ss) per liberare Israele (2, 11). Essi contavano su Dio per assicurare la loro vittoria in una lotta disuguale (2,49-70; cfr. Giudit 9, 11-14). Fede ammirevole in se stessa (cfr. Ebr 11, 34.39), ma che coesisteva con una certa fiducia nella forza umana.
Un'altra imperfezione minacciava la fede di Israele. Martiri e combattenti erano morti per fedeltà a Dio e alla legge (1 Mac 1, 52-64). Di fatto Israele aveva finito per comprendere che la fede richiedeva l'obbedienza alle esigenze dell'alleanza. In questa linea essa era minacciata dal pericolo cui soccomberanno molti farisei: formalismo che badava più alle esigenze rituali che agli appelli religiosi e morali della Scrittura (Mt 23, 13-30), orgoglio che faceva più assegnamento sull'uomo e sulle sue opere che non su Dio solo per essere giustificati (Lc 18, 9-14).
La fiducia di Israele in Dio non era quindi pura, in parte perché sussisteva un velo tra la sua fede ed il disegno di Dio annunciato dalla Scrittura (2 Cor 3, 14). D'altronde la vera fede non era stata promessa che all'Israele futuro. I pagani, dal canto loro, difficilmente potevano condividere una fede che sfociava in primo luogo in una speranza nazionale od in pesantissime esigenze rituali. D'altronde, che cosa avrebbero guadagnato a farlo (Mt 23, 23)? Infine, accedere alla fede dei poveri non poteva far partecipi i pagani di una salvezza che non era ancora che una speranza. Israele - e le nazioni - non poteva quindi che attendere Colui che avrebbe portato la fede a perfezione (Ebr 12, 2; cfr. 11, 39 s) e avrebbe ricevuto lo Spirito «oggetto della promessa» (Atti 2, 33).


NUOVO TESTAMENTO


I. LA FEDE NEL PENSIERO E NELLA VITA DI GESÙ

1.
Le preparazioni. - La fede dei poveri (cfr. Lc 1,46-55) accoglie il primo annunzio della salvezza. Imperfetta in Zaccaria (1, 18 ss; cfr. Gen 15, 8), esemplare in Maria (Lc 1, 35 ss. 45; cfr. Gen 18, 14), condivisa a poco a poco da altri (Lc 1 - 2 par.), l'umiltà delle apparenze non le vela l'iniziativa divina. Coloro che Credono in Giovanni Battista sono pure dei poveri, coscienti del loro peccato, e non dei farisei orgogliosi (Mt 21, 23-32). Questa fede li raduna a loro insaputa attorno a Gesù, venuto tra essi (3, 11-17 par.), e li orienta verso la fede in lui (Atti 19, 4; cfr. Gv 1, 7).

2.
La fede in Gesù e nella sua parola. - Tutti potevano «sentire e vedere» (Mi 13, 13 par.) la parola ed i miracoli di Gesù che proclamavano la venuta del regno (11, 3-6 par.; 13, 16-17 par.). Ma «ascoltare la parola» (11, 15 par.; 13, 19-23 par.) e «metterla in pratica» (7, 24-27 par.; cfr. Deut 5, 27), vedere veramente, in una parola: «credere» (Mc 1, 15; Lc 8, 12; cfr. Deut 9, 23), fu la caratteristica dei discepoli (Lc 8, 20 par.). D'altra parte, parola e miracoli ponevano la domanda: «Chi è costui?» (Mc 4, 41; 6, 1-6. 14 ss par.). Questa questione fu una prova per Giovanni Battista (Mt 11, 2 s) ed uno scandalo per i farisei (12, 22-28 par.; 21, 23 par.). La fede richiesta per i miracoli (Lc 7, 50; 8, 48) non vi rispondeva che parzialmente riconoscendo la onnipotenza di Gesù (Mt 8, 2; Mc 9, 22 s). Pietro diede la vera risposta: «Tu sei il Cristo» (Mt 16, 13-16 par.). Questa fede in Gesù unisce ormai i discepoli con lui e tra di loro, facendoli partecipi del segreto della sua persona (16, 18-20 par.).
Attorno a Gesù, Che è un povero (Mt 11,29) e si è rivolto ai poveri (5,2-10 par.; 11,5 par.), si è così costituita una comunità di poveri, di «piccoli» (10, 42), il cui legame, più prezioso di ogni cosa, è la fede in lui e nella sua parola (18,6-10 par.). Questa fede viene da Dio (11, 25 par.) e sarà condivisa un giorno dalle nazioni (8,5-13 par.; 12,38-42 par.). Le profezie si compiono.

3.
La perfezione della fede. - Quando Gesù, il servo, prende la via di Gerusalemme per obbedire fino alla morte (Fil 2, 7 s), «fa il viso duro» (Lc 9, 51; cfr. Is 50, 7). In presenza della morte egli «porta alla perfezione la fede» (Ebr 12, 2) dei poveri (Lc 23, 46 = Sal 31, 6; Mt 27, 46 par. = Sal 22), mostrando una fiducia assoluta in «colui che poteva», con la risurrezione, «salvarlo dalla morte» (Ebr 5, 7). Malgrado la loro conoscenza dei misteri del regno (Mt 13, 11 par.), i discepoli ebbero difficoltà a mettersi sulla via in cui, nella fede, dovevano seguire il figlio dell'uomo (16,21-23 par.). La fiducia che esclude ogni preoccupazione ed ogni timore (Lc 12, 22-32 par.) non era loro abituale (Mc 4, 35-41; Mt 16,5-12 par.). Quindi, la prova della passione (Mt 26, 41) sarà per essi uno scandalo (26, 33). Ciò che allora essi vedono richiede molta fede (cfr. Mc 15, 31 s). La fede dello stesso Pietro, senza sparire - perché Gesù aveva pregato per essa (Lc 22, 32) - non ebbe il coraggio di affermarsi (22, 54-62 par.). La fede dei discepoli doveva ancora fare un passo decisivo per diventare la fede della Chiesa.


II. LA FEDE DELLA CHIESA

1.
La fede pasquale. - Questo passo fu compiuto quando i discepoli, dopo molte esitazioni in occasione delle apparizioni di Gesù (Mt 28,17; Mc 16, 11-14; Lc 24, 11), credettero alla sua risurrezione. Testimoni di tutto ciò che Gesù ha detto e fatto (Atti 10, 39), essi lo proclamano «Signore e Cristo», nel quale sono compiute invisibilmente le promesse (2, 33-36). Ora la loro fede è capace di giungere «fino al sangue» (cfr. Ebr 12, 4). Essi chiamano i loro uditori a condividerla per beneficiare della promessa ottenendo la remissione dei loro peccati (Atti 2, 38 s; 10, 43). La fede della Chiesa è nata.

2.
La fede nella parola. - Credere significa innanzitutto accogliere questa predicazione dei testimoni, il vangelo (Atti 15, 7; 1 Cor 15, 2), la parola (Atti 2, 41; Rom 10, 17; 1 Piet 2, 8), confessando Gesù come Signore (1 Cor 12, 3; Rom 10, 9; cfr. 1 Gv 2,22). Questo messaggio iniziale, trasmesso come una tradizione (1 Cor 15, 1-3), potrà arricchirsi e precisarsi in un insegnamento (1 Tim 4,6; 2 Tim 4,1-5): questa parola umana sarà sempre, per la fede, la parola stessa di Dio (1 Tess 2, 13). Riceverla, vuol dire per il pagano abbandonare gli idoli e rivolgersi al Dio vivo e vero (1 Tess 1, 8 ss), significa per tutti riconoscere che il Signore Gesù porta a compimento il disegno di Dio (Atti 5, 14; 13, 27- 37; cfr. 1 Gv 2, 24). Significa, ricevendo il battesimo, confessare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (Mt 28, 19). Questa fede, come constaterà Paolo, apre all'intelligenza «i tesori di sapienza e di scienza (conoscenza)» Che sono in Cristo (Col 2, 3): la sapienza stessa di Dio rivelata dallo Spirito (1 Cor 2), così diversa dalla sapienza umana (1 Cor 1, 17-31; cfr. Giac 2, 1-5; 3,13-18; cfr. Is 29, 14) e la conoscenza di Cristo e del suo amore (Fil 3, 8; Ef 3, 19; cfr. 1 Gv 3, 16).

3.
La fede e la vita del battezzato. - Condotto dalla fede sino al battesimo e alla imposízione delle mani che lo fanno entrare pienamente nella Chiesa, colui che ha creduto nella parola partecipa all'insegnamento, allo spirito, alla «liturgia» di questa Chiesa (Atti 2, 41-46). In essa infatti Dio realizza il suo disegno operando la salvezza di coloro che credono (2,47; 1 Cor 1, 18): la fede si manifesta nell'obbedienza a questo disegno (Atti 6, 7; 2 Tess 1, 8). Si dispiega nell'attività (1 Tess 1,3; Giac 1, 21 s) di una vita morale fedele alla legge di Cristo (Gal 6, 2; Rom 8, 2; Giac 1, 25; 2,12); agisce per mezzo dell'amore fraterno (Gal 5,6; Giac 2,14-26).
Si Conserva in una fedeltà capace di affrontare la morte sull'esempio di Gesù (Ebr 12; Atti 7,55-60), in una fiducia assoluta in Colui «nel quale ha creduto» (2 Tini 1,12; 4,17s). Fede nella parola, obbedienza nella fiducia, questa è la fede della Chiesa, Che separa coloro i quali si perdono - l'eretico, per esempio (Tito 3, 10) - da coloro che sono salvati (2 Tess 1, 3-10; 1 Piet 2, 7 s; Mc 16, 16).


III. SAN PAOLO E LA SALVEZZA MEDIANTE LA FEDE

Per la Chiesa nascente, come per Gesù, la fede era un dono di Dio (Atti 11, 21 ss; 16, 14; cfr. 1 Cor 12, 3). Quando perciò si convertirono dei pagani, era Dio stesso che «purificava il loro cuore per mezzo della fede» (Atti 11, 18; 14, 27; 15, 7 ss). «Per aver creduto», essi ricevevano lo stesso Spirito dei Giudei credenti (11, 17). Furono quindi accolti nella Chiesa.

1.
La fede e la legge giudaica. - Ma presto sorse un problema: bisognava sottometterli alla circoncisione e alla legge giudaica (Atti 15, 5; Gal 2, 4)? D'accordo con i responsabili (Atti 15; Gal 2,3-6), Paolo ritiene assurdo costringere i pagani a «giudaizzarsi», perché gli stessi Giudei sono stati salvati dalla fede in Cristo (Gal 2,15s). Quando si volle imporre la circoncisione ai suoi cristiani di Galazia (5, 2; 6, 12), Paolo avvertì quindi facilmente che ciò significava annunziare un altro vangelo (1,6-9). Questa nuova crisi fu per lui l'occasione per riflettere in profondità sul compito della legge e della fede nella storia della salvezza.
Da Adamo (Rom 5,12-21) tutti gli uomini, pagani o Giudei, sono colpevoli dinanzi a Dio (1, 18 - 3, 20). La legge stessa, fatta per la vita, non ha generato che il peccato e la morte (7,7-10; Gal 3,10-14.19-22). La venuta (Gal 4, 4 s) e la morte di Cristo pongono fine a questa situazione manifestando la giustizia di Dio (Rom 3,21-26; Gal 2, 19 ss) che si ottiene per mezzo della fede (Gal 2, 16; Rom 3, 22; 5, 2). Il compito della legge è quindi terminato (Gal 3, 23 - 4, 11). Ritorna il regime della promessa - ora compiuta in Gesù - (Gal 3, 15-18); al pari di Abramo, i cristiani sono giustificati dalla fede, senza la legge (Rom 4; Gal 3, 6-9; cfr. 15, 6; 17, 11). D'altronde, secondo i profeti, il giusto doveva vivere per mezzo della fede (Ab 2, 4 = Gal 3, 11; Rom 1, 17), ed il resto di Israele (Rom 11, 1-6) doveva essere salvato dalla sola fede nella pietra posta da Dio (Is 28,16 = Rom 9,33; 10, 11), il che gli permetteva di aprirsi alle nazioni (Rom 10, 14-21; 1 Piet 2, 4-10).

2.
La fede e la grazia. - «L'uomo è giustificato dalla fede senza le opere della legge» (Rom 3,28; Gal 2,16). Questa affermazione di Paolo proclama l'inutilità delle pratiche della legge sotto il regime della fede; ma, ancor più profondamente, significa che la salvezza non è mai un diritto dell'uomo, bensì una grazia di Dio accolta mediante la fede (Rom 4, 4-8). Certamente Paolo non ignora che la fede deve «operare» (Gal 5, 6; cfr. Giac 2, 14-26) nella docilità allo Spirito ricevuto al momento del battesimo (Gal 5,13-26; Rom 6; 8,1-13). Ma sottolinea con forza che il credente non può né «gloriarsi» della «sua propria giustizia», né appoggiarsi alle sue opere, come faceva il fariseo Saulo (Fil 3,4.9; 2 Cor 11,16-12,4). Anche se «la sua coscienza non gli rimprovera nulla» dinanzi a Dio (1 Cor 4, 4), egli fa affidamento su Dio solo, che «opera in lui il volere ed il fare» (Fil 2, 13). Egli lavora quindi alla sua salvezza «con timore e tremore» (Fil 2, 12), ma anche con una gioiosa speranza (Rom 5, 1-11; 8, 14-39): la sua fede lo rende certo «dell'amore di Dio manifestato in Cristo Gesù» (Rom 8,38 s; Ef 3,19).
Grazie a Paolo la fede pasquale, vissuta dalla Comunità primitiva, ha preso una chiara coscienza di se stessa. Si è liberata dalle impurità e dai limiti insiti nella fede di Israele. È in pieno la fede della Chiesa.


IV. LA FEDE NEL VERBO FATTO CARNE

Al termine del NT la fede della Chiesa, con S. Giovanni, medita sulle sue origini. Come per meglio affrontare il futuro, essa ritorna a colui che le ha dato la sua perfezione. La fede di cui parla Giovanni è la stessa dei sinottici. Essa raggruppa la comunità dei discepoli attorno a Gesù (Gv 10, 26 s; cfr. 17, 8). Orientata da Giovanni Battista (1, 34 s; 5, 33 s), scopre la gloria di Gesù a Cana (2,11); «riceve le sue parole» (12, 46 s) ed «ascolta la sua voce» (10, 26 s; cfr. Deut 4, 30); si afferma, per bocca di Pietro, a Cafarnao (6, 68). La passione è per essa una prova (14, 1. 28 s; cfr. 3, 14 s) e la risurrezione il suo oggetto decisivo (20, 8.25-29).
Ma il quarto vangelo è, molto più dei sinottici, il vangelo della fede.
Anzitutto la fede vi è esplicitamente accentrata in Gesù e nella sua gloria divina. Bisogna Credere in Gesù (4,39; 6,35) e nel suo nome (1, 12; 2,23). Credere in Dio e in Gesù è la stessa cosa (12, 44; 14, 1; cfr. 8, 24 = Es 3, 14). Infatti Gesù ed il Padre sono uno (10, 30; 17, 21); questa stessa unità è oggetto di fede (14, 10 s). La fede dovrebbe accedere alla realtà invisibile della gloria di Gesù senza aver bisogno di vedere i numerosi segni che la manifestano (2, 11 s; 4, 48; 20, 29). Ma se, di fatto, essa ha bisogno di vedere (2, 23; 11, 45) e di toccare (20, 27), è non di meno chiamata a manifestarsi nella coscienza (6, 69; 8, 28) e nella contemplazione (1, 14; 11, 40) dell'invisibile.
Giovanni inoltre insiste sul carattere attuale delle conseguenze invisibili della fede. Per colui che crede non ci sarà giudizio (5, 24). Egli è già risuscitato (11, 25 s; cfr. 6, 40), cammina nella luce (12, 46) e possiede la vita eterna (3, 16; 6, 47). Per contro, «colui che non crede è già condannato» (3,18). La fede riveste così la grandezza tragica di una opzione urgente tra la morte e la vita, la luce e le tenebre; di una opzione tanto più difficile, in quanto dipende dalle qualità morali di colui al quale è proposta (3,19-21).
Questa insistenza di Giovanni sulla fede, sul suo oggetto proprio, sulla sua importanza, si spiega con lo scopo stesso del suo vangelo: portare i lettori a condividere la sua fede, credendo «che Gesù è íl Cristo, il Figlio di Dio» (20, 31), a diventare figli di Dio mediante la fede nel Verbo fatto carne (1,9-14). L'opzione della fede rimane possibile attraverso la
testimonianza attuale di Giovanni (1 Gv 1, 2 s). Questa fede è la fede tradizionale della Chiesa, essa confessa Gesù come *Figlio nella fedeltà all'insegnamento ricevuto (1 Gv 2, 23-27; 5,1) e deve manifestarsi in una vita senza peccato (3, 9 s), animata dall'amore fraterno (4,10 ss; 5, 1-5). Al pari di Paolo (Rom. 8,31-39; Ef 3,19), Giovanni ritiene che essa porti a riconoscere l'amore di Dio per gli uomini (1 Gv 4,16).
Dinanzi alle lotte future l'Apocalisse esorta i credenti alla «pazienza ed alla fedeltà dei santi» (Apoc 13, 10) fino alla morte. All'origine di questa fedeltà c'è sempre la fede pasquale in colui che può dire: «Sono stato morto, ed eccomi vivo per i secoli dei secoli» (1, 18), il Verbo di Dio che stabilisce irresistibilmente il suo regno (19, 11-16; cfr. Atti 4, 24-30).
Il giorno in cui, finendo la fede, «vedremo Dio com'è» (1 Gv 3, 2), sarà quindi proclamata ancora la fede di Pasqua: «Questa è la vittoria che ha trionfato del mondo: la nostra fede» (5, 4).


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